Intervista a Cosimo Terlizzi
di Isabella Falbo
 
1 -  I.F. La tua pratica artistica si caratterizza per un’innovativa sperimentazione del linguaggio attraverso la quale il messaggio trasmesso appare immediato ma in realtà è profondamente criptico; I tuoi progetti artistici sono come piattaforme trasversali dove racchiudi all’interno dei percorsi incrociati di fotografia, video e performance i diversi livelli della comunicazione scientifica, emozionale, narrativa, intellettuale.
Anche la performance Fava Live 07 presentata  in anteprima al Club to Club di Torino in occasione dell’ultima edizione di Artissima, rientra in questa logica “multilayer” che si manifesta attraverso una tipologia espositiva performativa e celebrativa.
Non possiamo inoltre trascurare l’elemento simbolico del tuo lavoro.
 
C.T. Ho approfittato dell’oppurtinità datami da Sergio Ricciardone, per portare i fratelli Fava in un ambiente anomalo per chi intende seguire la via elitaria dell’arte contemporanea. Si trattava dell’intero padiglione numero 1 del Lingotto usato come discoteca per una lunga notte in cui un popolo di circa cinquemila unità avrebbe ballato sino all’alba a ritmo di un tum tum ossessivo e a tratti compulisivo. L’idea di Sergio era quella di umanizzare attraverso il mio intervento una situazione che in quelle proporzioni tende a diventare alienante. Ho così lavorato per 2 mesi con i Fava, pensando ad un proseguimento ideale del primo lavoro fatto con loro, quello in cui i fratelli si guardano come se fossero lo stesso soggetto, quello in cui i fratelli fanno la doccia sostenuti da una piccola pietra, che è il mondo.
Ho provato per la prima volta all’interno di una vera e propria sala prove teatrale, utilizzando maestre come Rossella Dassu e Valentina Pellitteri, per far muovere i corpi ossidati e anchilosati dei Fava … Ci siamo quasi riusciti. Dopo averli “oliati” siamo passati alle forme. I due dovevano essere l’uno l’ombra dell’altro, poi ho applicato un paio di uccelli sui loro corpi, e così ho capito cosa rappresentare. Dopo aver realizzato performances in cui ho analizzato alcune retoriche cattoliche applicate in vari contesti, e dove è successo tutto il contrario di tutto: ambulanze, polizia, persone indispettite ma anche entusiaste, insulti e in alcuni casi anche tentativi di linciaggio, nonostante le posizioni assunte dai performers fossero assolutamente inoffensive, come è successo in  “DeCaritate” (presentata a Bologna e a Trento nel’05, curata da Andrea Cioschi) e  in  “Dieci modi di arrendersi” (presentata a Torino nel’06, curata da Delia Gianti).  Performances patetiche e probabilemente è proprio il patetico che irrita in una società dove bisogna essere brillanti e solidi sempre.
Con i Fava ho deciso di prendere in considerazione la loro umanità e di farla diventare lotta verso la salvezza.
 
2 - I.F. I tuoi soggetti sono sempre umani, parti dall’individuo, il singolo, per arrivare al sociale, cosí come le tue tematiche, sviluppi input intimistici in issues universali.
Ci parli della tua poetica?
 
C.T. Ci provo. Ho preso sul serio i vari processi sull’arte; ho vissuto sulla mia pelle l’emarginazione che il fare arte può portare in luoghi in cui si è persa la fiducia verso questa possibilità; in questi posti, che potrebbero essere dietro ogni angolo, se manifesti questa tendenza è come dichiarare una malattia rara che bisogna in qualche modo curare, magari costringendoti a scegliere studi di economia o di giurisprudenza o di seguire tuo zio camionista. Per un certo periodo ho fatto il camionista, ma nella mia testa non c’erano le tette di Moana o la cronaca nera; io pensavo che ogni brutalità che vedevo era trasformabile in bellezza e storia… ma non conoscevo il modo. L’ossessione della bellezza mi ha portato a lasciare tutto e tutti senza rimpianto. La poetica è diventata ed è in divenire: è studio, analisi e senso.
 
3 - I.F. L’estetica appare come elemento primario nel tuo intento comunicativo, la bellezza è onnipresente in tutte le tue opere. Se nella nella nostra società si sviluppano indissolubilmente associati l’orrore e la bruttezza, tu nella realizzazione dei tuoi lavori sembri obbedire a comandamenti estetici e recuperare i valori di giustizia e bellezza. Penso alle fotografie Dioscuri capovolti, martiri inermi dal corpo scultoreo, la performance Dieci modi di arrendersi, dove ritualizzi l’iconografia cattolica di santi e dominati, la video installazione Watch your step, nella quale i binomi pudore/volgarità, istinto/razionalità incarnano lo stereotipo della bellezza fashion contemporanea ma non fine a sé stessa.
Che valore ha per te la bellezza in rapporto alla tua pratica artistica?
 
C.T. È un valore interessante soprattutto se condiviso. Innanzitutto i miei soggetti diventano belli appena li guardo … e se voglio vederli belli. Probabilmente la bellezza è un modo di guardare. L’aspetto che più mi attrae è usare la bellezza per dire cose importanti, in genere è con il brutto che si dicono verità. Un soggetto bello appare più delle volte piatto, ma questa è la cultura del nostro tempo che ha delegato alla bellezza il torpore. Per me la bellezza è una sensazione tattile che crea un benessere profondo, il brutto mi stimola sensazioni perverse, interessanti ma perverse. Il brutto è brutto e se è brutto è sporco, ed invece oggi siamo portati a pensare il contrario, forse è colpa delle veline o delle figurine di Cristo e della Madonna con gli occhi di cristallo e il sorriso al botulino. Non bisogna per forza creare dei mostri per dire cose importanti. Nella mia memoria ci sono le brutte immagini della cronaca contemporanea, ci sono già le immagini di domani, so già come andrà a finire… la terra degli uomini è segnata da un destino che è lì davanti a noi ben chiaro, nonostante ciò andremo a schiantarci su come in un treno impazzito. Dunque per me far diventare bella ogni cosa significa anche dar prezzo ad ogni cosa.
 
4 - I.F. In fotografie come Damien in ascensione e Irena, rivelatrici di atteggiamenti e mode del mondo dei giovanissimi, nel dittico Cosma e Damiano, ritratto contemporaneo intenso e romantico dei cosidetti “Medici di Cristo”, nella La rosa necessaria come nella recentissima Giacomo, camera 103, opere “aperte” ricchissime di significati semiotici, ricodifichi nella gestualità linguaggi visivi attinti dall’iconografia simbolica contemporanea, cattolica o psicoanalitica, mantenendo però sempre il look e lo stile personale del modello scelto.
Qual’è il confine per te tra la sfera del ritratto e l’ambito sociale cui la tua poetica si riferisce?
 
C.T. È un confine sottile: al di qua c’è il mondo reale, io sono al centro, filtro. C’è un livello di consapevolezza e un livello sconosciuto che significa qualcosa solo se lo rappresenti.  Io filtro questi due mondi, cercando solo poche tracce.  Ogni eccesso può portare su altre vie, confondere e portare tutto su di un livello primario. L’opera rischia di rimanere in superficie, invece deve essere dentro la superficie, è lì dentro che resisterà in eterno.
 
5 - I.F. Durante l’ultima edizione della Biennale di Venezia, in occasione dell’evento concomitante Albedo:a new perspective in italian moving images hai presentato per la prima volta il video Fratelli Fava in cui sembri parlare di te; Tra il 2003 e il 2007 hai realizzato il ciclo video S.N. via senza nome casa senza numero", tra l’altro ancora inedito, anch’esso dall’approccio intimista e documentaristico che invita ad una lettura socioantropologica della presenza umana in un luogo “della memoria”.
Nella tua produzione video appare particolarmente vivo il legame alla tua terra, ai tuoi luoghi “della memoria”.
 
C.T. Ci sono tante cose irrisolte nella mia vita, soprattutto nella mia infanzia e nella mia adolescenza. Ritorno indietro con le mie opere per guardare diversamente ciò che ho vissuto, i piccoli traumi si trasformano in qualcosa di eccezionale, un dono dell’esperienza. Nonostante ciò non rivivrei tutto dall’inizio, preferisco rimanere nel limbo, anche perché non sono sicuro di avere la fortuna di uscirne di nuovo vivo o sano. Utilizzo mio fratello e mia nipote riprendendo la loro esistenza con uno sguardo distaccato, scelgo di riprendere momenti talmente innocenti da condurre l’opera finita in una grammatica senza confini. È la fase adulta che diventa impegnativa, il piccolo uomo partecipa attivamente alle cose degli uomini … Questi miei costrutti diventano oggetti. Devo ringraziare sempre chi è capace di accoglierli come oggetti d’arte.
 
6 - I.F. Con i video documentari Murgia 3 episodi ti confermi anche come regista. Tuttavia, per queste opere parlare di “documentario” diventa estremamente riduttivo, sono splendidi esempi della tua sperimentazione del linguaggio, il trasferimento della tua poetica artistica nel panorama semiologico video, sono informazione e poesia, natura e glamour, scientificità e ironia.
 
C.T. Prima di cominciare a girare questo documentario sulla Murgia ho pensato a cosa mi sarebbe piaciuto vedere in un documentario sulla mia terra … di certo non il folclore naif, con quei costumi di nylon e le musiche etniche con bonghi e jazzati, per carità no! Allora ho snaturato la visione campanilista con uno sguardo attento e distaccato. Poi dovevo percepire tutta l’arte del cinema all’interno di ogni sequenza, non puro documentario ma pura visione.  Devo ringraziare varie persone come Anna Rispoli, la voce, Pino Malerba, l’autista, Muna Mussie, la performer e Massimo Carozzi, il microfonista.
 
7 - I.F. Ci puoi anticipare i tuoi prossimi impegni?
 
C.T. Dopo aver affrontato e approfondito lo studio del ciclo performativo “pietas”, sono adesso concentrato sulla rappresentazione del mio “inventario”.  Credo che sarà un lavoro lungo.
Durante la catalogazione del mio inventario girerò un film che sarà pronto per il febbraio del 2009.
 
8 - I.F. Grazie Cosimo, é sempre un piacere, complimenti per il tuo lavoro.


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