Online Festival 2006
Rodrigo García / La Carniceria Teatro: La historia de Ronald el payaso de Mc Donalds

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Intervista a Rodrigo Garcia
A cura di Elena Franceschini.

La parte più innovativa del teatro europeo, l’ultimo grande guastatore, la nuova star dei festival, il perturbatore delle coscienze: la cronaca descrive così il fare teatrale estremo di Rodrigo Garcia. Ma su l’altro versante dei resoconti – parallelamente - si sente dire che tutto quel susseguirsi d’immagini anche cruente da lui composto non ha un vero filo conduttore. Che, in fondo, si tratta di cose già viste. Cose che lasciano il tempo che trovano e dopo un po’ ti vien da pensare ai fatti tuoi.
Poi t’accorgi però che tutte queste definizioni a doppio taglio lasciano sempre una traccia ambigua in chi le pronuncia. Così diretto, così provocatorio, così insistente sui riferimenti sessuali. Eppoi, se non soprattutto, così fuor di metafora. Anche troppo. In tutto questo intuisci un sentimento di difesa alla personale tranquillità in chi lo apprezza. Chi invece si distanzia dalle sue creazioni inizia un racconto preciso di alcuni dettagli scenici o di scrittura. Ricorda anche lontano nel tempo parti della messinscena e capisci che, in un qualche piano o sottopiano interiore, quelle immagini hanno lasciato un segno emotivo. Come un disagio. Come un disgusto. Come della rabbia verso quello che c’è o per come si è.
“Mi muovo entro il poetico e il politico”, dice tranquillamente Rodrigo Garcia a proposito del proprio lavoro. E il suo sguardo politico sulla realtà evidenzia le manipolazioni del potere, le distorsioni legate alla logica del denaro e rileva la conseguente condizione di “malata” per la nostra società. La sua visione poetica la percepisci, d’altro canto, nel modo di dire le cose e nei corpi degli attori. L’incanto passa attraverso la loro fragilità e la sincerità con cui si mettono in gioco fino in fondo. Si denudano – non solo metaforicamente – e mostrano la propria anima. Sul palco, intanto, succede di tutto. Gli attori si lavano, si asciugano, si sporcano di cibo. Capita che uno di loro diventi una gigantesca cotoletta o una figura ibrida con spaghetti e ketchup sui capelli. Soffrono e soffocano nell’opulenza alimentare dell’occidente che – per un’immediata equazione – trasforma tutto in immondizia, dunque anche noi stessi. E i fasti e nefasti di quest’abbondanza restano lì, nello spazio, testimoni puzzolenti di un inutile consumismo.
Attraversa gli stessi temi e gli stessi modi anche “La storia di Ronaldo il pagliaccio del McDonald’s”, spettacolo del 2003 e concepito assieme ad una squadra di attori in Portogallo. “Non sono partito da un testo o da un’idea precisa – racconta Garcia a proposito di questa pièce -, sono partito invece del corpo degli attori. Li scelgo infatti non perché sono dei virtuosi ma perché condividono con me una visione della realtà. Con loro improvviso. Propongo delle situazioni per creare delle idee. In questo caso ho chiesto di raccontarmi la loro esperienza con un qualche McDonald e ne sono uscite delle storie. In seguito, da solo, scrivo il testo. Ho molto rispetto per la letteratura e penso che le parole non vadano improvvisate sulla scena ma filtrate secondo una cura personale. Ho anche molto rispetto per gli attori e li tratto come persone. Gli scritti che interpretano hanno a che fare con la loro identità, con i loro vissuti. Non recitano dei ruoli decisi da qualcun altro. Non li penso come se fossero macchine o animali ma non li considero nemmeno autori. Per questo elaboro la scrittura e le sue precise verità in un’altra fase”.
Ma per questo regista argentino la costruzione dell’allestimento non consiste solo in questo. “Ai momenti di narrazione alterno poi dei momenti d’astrazione – prosegue l’autore - durante i quali si vede, ad esempio, il corpo sofferente dell’attore rotolarsi nel latte o in altre sostanze. In un altro momento una persona viene soffocata e torturata da una gran quantità cibo. “La storia di Ronaldo” non è un’opera tradizionale. Ha un’idea di base su cui è costruita e mette in relazione la tortura con il consumismo. Parla di questo rapporto e del prezzo che ne ha pagato l’Argentina. Lo racconto perché da adolescente l’ho vissuto. Sono nato in un quartiere periferico e povero di Buenos Aires. Mio padre era macellaio. Ho vissuto in un paese dove la tortura era praticata da persone che hanno un nome e un cognome ma non abbiamo mai avuto giustizia. In questo pezzo denuncio le ingiustizie di un passato non lontano dell’Argentina e anche i miei momenti d’astrazione nello spettacolo sono una denuncia politica molto chiara”.
Il catalogo creativo di Garcia enumera anche delle pièce intitolate allo scrittore Borges o al pittore Goya oppure, come in “After sun” prende in considerazione le vicende di Maratona. E a questo proposito specifica che “non ha pretese biografiche ma sono solo dei pretesti. Partendo da Goya ho l’occasione di parlare di una persona che non ha niente e nottetempo entra nel museo del Prado tra i quadri del Goya e da lì partono delle riflessioni su cosa vuol dire vivere senza soldi in una società dove è il denaro a decidere le sorti di qualsiasi cosa. Attraverso “Borges” racconto di chi non prende posizione nella realtà. Racconto di un ragazzo che vuole comunicare con un illustre poeta che, in realtà, s’esprime solo per citazioni letterarie e non vede quello che gli sta attorno. Non accenna al dittatore Videla e ai tanti soprusi consumati quotidianamente. Per quanto riguarda Maradona – prosegue l’artista – mi volevo interessare ad un eroe popolare. Nei miei lavori non mi riferisco a storie esemplari di regnanti. Ai Riccardo III e quant’altro. Non faccio un teatro colto e non seguo le pure sperimentazioni delle forme. Il mio teatro deve essere per tutti. Cerco delle persone o degli elementi conosciuti dal pubblico per potermi confrontare. Di Maradona m’interessa il suo modo di vivere, i suoi eccessi nella vitalità, nel talento e nell’autodistruzione. Mi affascina anche la vita di questo calciatore per i suoi comportamenti da divo e perché invidio la gente che vive nell’eccesso. Tutto qui.”

Tutto qui. Ma fino ad un certo punto. Perché la vita professionale di Rodrigo Garcia mostra anche una solitudine e un ermetismo del proprio essere artista. Dice infatti:“sono molto concentrato sul mio lavoro e non ho relazione con le etichette che mi affibbiano. Posso dire che appartengo a due culture e a due realtà. Quella argentina della mia formazione e quella spagnola visto che abito a Madrid da vent’anni. Il mio teatro confronta le tematiche del Sud del mondo contrapposte a quello del Nord. La mia estetica è stata influenzata molto dalle performance di artisti contemporanei nordamericani come Bruce Nauman e Paul McCarthy. Nel ’86, a ventidue anni sono approdato a Madrid con una formazione da pubblicitario e nell’89 ho fondato la mia compagnia e l’ho chiamata La Carniceria Teatro, macelleria, dal lavoro di mio padre ma non solo. Per dodici anni ho fatto teatro senza alcun contributo pubblico. Mi mantenevo lavorando nella pubblicità, cosa di cui mi vergogno. Solo da sei anni mi mantengo con il mio lavoro. Adesso ricevo soldi per le mie produzioni e penso di doverli spendere non per fare intrattenimento. Per questo ci tengo al contenuto politico dei miei lavori come alla loro qualità poetica.”

Da qui, allora, da queste considerazioni, si snoda tutta una produzione che propugna tutta una conoscenza del corpo diretta, immediata, efficace. Al di là dei testi consolidati dalla tradizione. La ricerca di una verità anche sociale passa attraverso una strana “elementarità” degli oggetti, una concretezza appassionata, un’ attenzione all’immediato. La parola, in tutto questo, entra come frammento di gergo quotidiano, di luogo comune, di frase fatte per rovesciarsi anch’essa nel suo opposto e prendere il largo tra capricci poetici o assurdità espressive. O sgretolarsi sotto l’inconsistenza del suo significato. Tra tanta veemenza c’è spazio anche per l’ironia e per il riso e i titoli delle sue pièce non smentiscono queste spinte. Alcuni esempi? “Dovevate rimanere a casa, coglioni”, “Il bello degli animali è che ti vogliono bene senza chiedere niente”. E così via
Le frequentazioni italiane di Rodrigo Garcia sono passate per Modena, Torino, Roma, La Biennale di Venezia. Lo scorso anno, per il Css di Udine e il loro corso di formazione teatrale avanzata Projet Thierry Salmon ha montato “Alzate la testa da terra, coglioni”, con le solite scene forti e senza pudore. Per le Orestiadi di Ghibellina e il Mercadante di Napoli ha allestito, nel 2003, il coinvolgente “Agamennone” ovvero “sono tornato dal supermercato e ho preso a legnate mio figlio”, spettacolo legato al tema del consumismo e della distribuzione delle ricchezze dove mescola corpi e icone, simboli dello spreco occidentali e scenari di povertà. La memoria di Eschilo torna, in questo caso, con i fantasmi della guerra di Troia e i suoi eroi vengono richiamati solo per ridisegnarli con i volti dei ritratti proiettati che legano Blair ad Egisto, Bush ad Agamennone, i bambini iracheni alle troiane, Aznar al messaggero, Hillary Clinton a Clitennestra, i figli di Saddam a Ifigenia. Per gli otto quadri che compongono questo Agamennone ognuno porta il nome di uno dei paesi più ricchi del mondo perché la tragedia – sostiene Garcia – è nel e del primo modo, quello industrializzato. Ed è una tragedia dove la catarsi è molto difficile da realizzare.

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