|
Motus: Rumore rosa...
Rumore e collasso del melò
di Daniela Nicolò.
Ci sono un sacco di ragioni per essere pessimisti, ma non considero tali i miei film. Essi si fondano sullopinione che la rivoluzione non avviene sullo schermo del cinema, ma al di fuori, nel mondo. Quando sullo schermo io mostro alla gente il modo per cui le cose peggiorano, il mio scopo è avvertirli che così andranno le cose, se non cambieranno le loro esistenze.(
) Se un film espone abbastanza chiaramente certi meccanismi così da mostrare come funzionano, allora leffetto finale non è pessimistico.
Rainer Werner Fassbinder
Esiste una singolare omonimia nella lingua tedesca: la parola EINSTELLUNG significa sia inquadratura in senso cinematografico, sia atteggiamento nei confronti di qualsiasi fenomeno e, per estensione, anche giudizio in senso morale
definizione che inquadra perfettamente il cinema di RWF, strumento di espressione del soggetto-autore, che, nonostante le improvvisazioni e il criticismo esasperato, resta ancorato ad una concezione ancora classica del racconto, ereditata dal romanzo moderno
e che il post-moderno, da lì a poco, sconvolgerà
Nella sua opera osserva uomini e cose alla luce di principi e valori, agendo per estremizzazioni e polarizzazioni: gli amori sono eccessivi e disperati, gli eroi sono quasi sempre donne, emarginati o omosessuali, lintolleranza è quella più cieca e feroce, che centra la felicità, qui stiamo parlando di rispettabilità! (si dice ne La paura mangia lanima)
contemporaneamente è sempre attento a non idealizzare: tutte le sue vittime possono trasformarsi, e spesso lo fanno, in carnefici altrettanto ciechi e irrigiditi.
Cinismo, criticismo, gusto per la citazione e il piacere metatestuale, sono voracemente inglobati nellinsolito magma narrativo delle sue opere, dove, nonostante il sovrabbondare di intrecci e personaggi secondari, tutto fondamentalmente ruota attorno alla ossessiva dialettica dello scambio a due, con le infinite variazioni che ne conseguono (lotte, tradimenti, delusioni, sopraffazioni, lutti, pentimenti, assassini)
un universo di strategie di sentimenti inscrivibile in uno più ampio e codificato, quello del suo maestro di cinema melodrammatico, ovvero Douglas Sirk.
Si deve a lui la decisione di fare film hollywoodiani senza Hollywood, precipitando i drammi dai salotti perfetti dei family drama degli anni 50, alla realtà blasfema dei diseredati e dei diversi
Il melò americano classico imbastito sulla guerra dei sentimenti diventa territorio ideale e privilegiato per mettere in scena le funzioni elementari del racconto: lamore e linganno, le scelte affettive sbagliate, lusura dei sentimenti con il tempo
la paura dellabbandono. E dunque il genere che più di altri simula lordine della vita, Imitation of life, appunto, la zona franca della realtà e dellottusità quotidiana
non spiega più di tanto, ma rappresenta gli scarti immaginari dei sentimenti, o meglio, i nei della felicità, il rimpianto della perfezione e della realizzazione
e soprattutto che legittima narrativamente lambivalenza e lambiguità, che differenzia lamore maschile da quello femminile (il primo quasi sempre permeato di non-scelte, il secondo di abbandoni totali). A questo materiale bollente e sanguinante RWF aggiunge il moltiplicarsi delle discrasie fra poteri pubblici e poteri privati, lo scontro tra individuo e storia
fra libertà e desiderio di possedere le cose e gli altri
e su questo anche Pasolini e noi con lui ha costantemente insistito.
La folgorazione per Sirk è alla base del suo einstellung dunque: ciò che dei suoi film lo affascina è che essi sono
descrittivi, molto raramente ci sono primi piani;(
) le luci sono le più innaturali possibili, le sensazioni profonde dello spettatore non nascono dal processo di identificazione, bensì dal montaggio e dalla musica. Già in essi dunque si è abbandonata la cosiddetta verosimiglianza, che raddoppia tautologicamente una cattiva realtà, per innescare un processo critico nello spettatore, aiutandolo a comprendere le cause della sofferenza: il patetico del melodramma non è più oggetto di una immedesimazione passiva, ma luogo di intensi sentimenti di comprensione.
Sottrarsi alla percezione abituale dei fatti, alle fatali e mortifere leggi della consuetudine dello sguardo, ecco cosa libera la testa, ma per farlo occorre collocarsi a una certa distanza dallevento, per meglio metterlo a fuoco. Questo distanziamento, questo raffreddamento della percezione va ben oltre il principio dello straniamento teorizzato da Bertolt Brecht
in Brecht vedete delle emozioni e ci riflettete sopra mentre le osservate, ma non le provate mai davvero
io faccio in modo che il pubblico senta e pensi
(Io faccio in modo che il pubblico senta e pensi: una piccola frase che sintetizza lessenza di ciò che abbiamo sempre tentato di fare con il nostro teatro di dubbi e capovolgimenti, ma forse solo Fassbinder cè veramente riuscito, noi ci proviamo, ancora e ancora
)
Ma torniamo a RWF: un genere tradizionalmente conservatore come il Melò, dove i devianti vengono sempre ricondotti allordine costituito o finiscono tragicamente, diventa strumento per rispecchiare la coscienza tragica della società contemporanea, le sue ambivalenze, e soprattutto il suo voyeurismo, amplificato da ricorrenti filtri ottici frapposti fra lo spettatore e il soggetto inquadrato: tutti i personaggi sono sempre incorniciati da finestre o porte, riflessi negli specchi, offuscati dalle tende o dalle ombre in movimento di lampade fantasmatiche
cè una sorta di invadenza degli arredi che esaspera lisolamento delle figure, rendendo la rappresentazione tutta assai artificiosa
Artificiosa: questa parola è la più esatta per iniziare a rispondere alla domanda che tutti ci pongono su Rumore rosa, ovvero, ma cosè, di cosa tratta???
Potremmo cominciare dicendo cosa non è più, o cosa doveva essere ma poi non è stato: avevamo deciso di mettere in scena un vero melò fassbinderiamo (da qui la lunga premessa): Le lacrime amare di Petra Von Kant, di farne quasi un remake, andando a costruire un interno con moquette bianca e divani eleganti
il tutto visto dallesterno, dalle finestre della casa di Petra, quindi una scatola filtrata da vetro e veneziane, attraverso cui spiare/distanziando la storia straziante della fine di un amore e della liberazione di Marlene
Per motivi di diritti Siae e potere con la P maiuscola, ci è stato proibito di mettere in scena il testo
rabbia. Poi saggezza. Questo divieto è stato per assurdo liberatorio perché ha fatto spostare immediatamente la prospettiva, o meglio linquadratura. Del resto siamo certi che Fassbinder preferirebbe i tradimenti alle celebrazioni.
Abbiamo deciso di collocarci alla fine della time-line, alla fine delle Lacrime amare, alla fine di Fassbinder, del suo stesso melodramma esistenziale e di quello delle sue magnifiche attrici, dopo, post, per rappresentare non più il drama ma lartificio che gli consente di esistere, di presentarsi come Vero.
Lavorando per distanziamenti e simulazioni progressive si è redatto, con le attrici, una sorta di catalogo-linguaggio comune di tutti i più ricorrenti simboli del camp melodrammatico, con lambiguità imbarazzante che in essi risiede
telefonate, attese, feste mal concluse, notti insonni, litigi, tradimenti, provocazioni, percosse
accompagnando ogni azione solitaria con struggenti 45 giri di un passato recente
canzoni italiane damore e dabbandono
gli unici testi che inizialmente abbiamo chiesto di studiare.
Il disco che ruota su se stesso e alla fine si incanta, con linquietante rintocco della puntina, ha fatto il resto. Abbiamo deciso di incidere su vinile alcuni dialoghi chiave delle Lacrime Amare, come traccia-memoria di un testo che non cè più, che sopravvive solo nei ricordi di Marlene, la segretaria-serva, muta scrutatrice dei fatti
parole che ancora evocano attese-disattese. E soprattutto solitudini. Abbiamo inciso su disco anche altre sonorità: passi, telefonate, rumori di città. Tutto ciò che veniva impresso su vinile diventava automaticamente oggetto, o meglio, simulacro di qualcosa basata essenzialmente su una mancanza. Su un vuoto. E a bordo di quel vuoto abbiamo proceduto.
Siamo partiti facendo lavorare le attrici sole con lintento successivo di incrociare le loro pseudo-storie: è stato impossibile, si sono innestati tre corto circuiti celibi, incisi separatamente, come solchi su vinile nero. Vinile nero in spazio bianco: inizialmente pensavamo ad arredi, poi più nulla, solo microfoni, neri, e un ventilatore. Il bianco del plexiglas ha compiuto una sorta di effetto ibernante sulle tre figure, non più personaggi ma simulazioni di essi, che non hanno sentimenti, pur dichiarando continuamente di averne: una morte degli affetti dilagata e riflessa senza veli nel pavimento-specchio.
La loro riduzione a icone-fumetto ci ha spinto ad accentuare ancor più la bidimensionalità della loro psicologia interrotta, collocando alle loro spalle scenari disegnati da un fumettista, unico elemento di continuità nella frammentazione dei sentimenti. Le zoomate, i passaggi di campo fra interni rassicuranti e oppressivi ed esterni cittadini freddi e deserti, hanno fatto il montaggio di tre schegge di vita parallele.
Nellartificialità assoluta e nellimpossibilità contemporanea di inscenare oggi un melodramma credibile, abbiamo deciso di fare esplodere il soggetto, di rifrangerlo come su un parabrezza spaccato: lincidente dauto, linvestimento/tentato assassinio di una delle tre protagoniste del dramma sclerotizzato, (forse Karin?), diventa unico fulcro drammaturgico, unico elemento di collisione-confluenza delle tre storie. Un incidente che torna anchesso come loop, che ruota su disco, che viene ossessivamente costruito e decostruito da una attrice, (forse Marlene?) che continuamente mette in scena la frattura insanabile fra limmaginazione melodrammatica delle origini e la crisi dei sentimenti e degli stereotipi della messa in scena. Una cesura che Motus porta impressa come tatuaggio indelebile.
Unattrice si dirige verso un parcheggio con le chiavi dauto in mano, (forse Petra?),dove è diretta? Ha forse deciso di uccidere
o di uccidersi? Alla costruzione mancano pezzi, lo story-board va in parte ancora disegnato, o forse è lo spettatore stesso a dover completare di senso le curve mutile della simulazione?
Lattrice investita (forse Karin?) non è morta, dice di non essersi fatta niente, vuole andare via a piedi, da sola, come il bambino travolto di America oggi di Altman, o il protagonista di Si salvi chi può di Jean-Luc Godard un altro melodramma impossibile- che sullasfalto dice Non sento niente!
Nel tempo ciclico di una rappresentazione collassata torna dunque linterrogativo di Don Delillo, che dal 2000 ci perseguita: Allora tu, sei un assassino o uno che muore?
|