Online Festival 2005: L'ebbrezza del Motus Perpetuus
La compagnia riminese ha scelto di farsi nomade della creatività. Da Fies a Cango, due artisti ospiti per vocazione raccontano la loro (felicissima) esperienza.

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Ma cosa accade, in luoghi come Cango o come la Centrale di Fies? Quale significato possono avere, quale ruolo possono giocare in concreto queste "case aperte" nell'elaborazione di un nuovo progetto culturale in Italia?
Ecco, dopo quello di un padrone di casa, Virgilio Sieni, il punto di vista di un ospite: Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande, registi e fondatori di Motus, una delle realtà più interessanti emerse dai fermenti teatrali degli anni Novanta. Protagonisti a Drodesera con iloro spettacoli nel 2003 e nel 2004, proprio a Fies - tra uno spettacolo e l'altro – i Motus hanno intrecciato un dialogo con Sieni che li ha portati finalmente a un’importante residenza a Cango. Dieci giorni, fra il 14 e il 23 giugno di quest'anno, caduti in un momento particolarissimo per la compagnia riminese. Che da pochi mesi, con una mossa a sorpresa e ritrovando un destino in qualche modo già inscritto nel proprio nome, ha chiuso e abbandonato la propria storica residenza per dedicarsi al "nomadismo creativo" fra le case aperte d'Europa e d'Italia.
Cosa è successo, perché i Motus d'improvviso hanno deciso di salpare l'ancora e mettersi in viaggio?
DANIELA. Avevamo un capannone, a Rimini, una struttura privata presa in fitto. Era sala prove, sala spettacoli, c'erano gli uffici e ultimamente cominciava a diventare anche un magazzino. I primi dubbi ci hanno presi l'anno scorso, dopo una residenza di due mesi in un teatro francese. Abbiamo cominciato a guardarci intorno, osservando come tanti luoghi, anche in Romagna, si stanno sempre più connotando come case per l'ospitalità e la residenza di artisti. Tutto questo si è incrociato con il nostro desiderio di uscire da quelle quattro mura che ci chiudevano durante il processo creativo, di cambiare e di confrontarci con altri spazi. Così abbiamo scelto di lasciare il capannone: ci restano solo un ufficio e un magazzino per le scenografie, niente più spazio prove. Una scelta, ti assicuro, tutt'altro che indolore.
E anche in controtendenza, rispetto al bisogno disperato di una casa propria che esprimono molti vostri colleghi...
DANIELA. Quella di avere un luogo nostro, autonomo, fu chiaramente una delle prime esigenze di Motus. E ci siamo spesi tantissimo, per questo. Ora però, per una nostra stanchezza ma anche rispetto a questo momento politico italiano così complesso, avvertiamo la necessità di essere più leggeri e soprattutto di tornare a fare un lavoro sugli spazi, dopo aver lavorato a lungo creando strutture scenografiche piuttosto complesse, che costruivamo nel nostro capannone e che andavamo poi ad abitare negli spettacoli. D'altra parte l'unico segnale positivo di questi anni, a mio parere, è proprio la nascita di realtà - vedi appunto la Centrale Fies o Cango - concepite e gestite da artisti o comunque da persone che non ragionano nei termini stretti dello spettacolo e della sua rappresentazione, e che quindi sanno pensare e organizzare i luoghi in maniera diversa da quello che possono fare le istituzioni pubbliche. Quindi la nostra scelta è stata proprio quella di andare incontro a queste realtà e di confrontarci con loro.
Nomadi per libera scelta, dunque.
DANIELA. Sì. Anche perché tra l'altro il nostro nuovo progetto artistico, che si chiama "Piccoli episodi di fascismo quotidiano", nasce proprio dall'idea di creare eventi unici e sempre diversi e si sposava alla perfezione con questa necessità di nomadismo. Nomadismo, ma anche residenza, perché ci spostiamo sempre con tutte le nostre attrezzature, con i tecnici e con gli attori, e quindi andiamo proprio ad abitare in uno spazio. A Cango, oltretutto, abbiamo pure fatto un workshop aperto a dieci ragazzi, altre persone che si sono aggiunte a noi col rischio di creare anche qualche difficoltà, perché eravamo davvero tanti...
Ed eccoci arrivati a Cango: com'è andata, questa residenza fiorentina?
DANIELA. Per noi è stata un'esperienza nuova, e molto positiva.
Un'esperienza nata tra l'altro proprio da un incontro tra voi e Virgilio alla Centrale Fies. O sbaglio?
DANIELA. No, non sbagli. Virgilio noi lo abbiamo veramente conosciuto l'anno scorso a Drodesera. Sì, ovviamente lo conoscevamo di fama. Ma le prime parole in assoluto che ho scambiato con lui sono state al festival, e penso che anche lui abbia visto per la prima volta il nostro lavoro lì, a Dro. E' stato un bellissimo incontro, dal quale è nato un dialogo che poi è rimasto aperto. Spesso noi di questo mondo frequentiamo gli stessi luoghi, ma altrettanto spesso nei festival mancano le occasioni per guardare l'uno gli spettacoli degli altri e per poi fermarsi a parlare entrando veramente nel merito del lavoro di ciascuno di noi. Alla Centrale di Fies questo è possibile, ed è una gran cosa.
E' possibile proprio perché si concentra tutto in un unico spazio...
DANIELA. Esatto. Vedere il lavoro degli altri e avere poi un tempo e un luogo da condividere per riparlarne insieme in maniera informale, che spesso è poi l'approccio più positivo e costruttivo.
ENRICO. Proprio questo aspetto è in qualche modo l'elemento che più ti colpisce anche a Cango. Nei dieci giorni che siamo stati lì, oltre a respirare una completa disponibilità rispetto al nostro lavoro, attorno a noi, nelle tre sale, avvenivano continuamente delle cose. C'erano per esempio gli spettacoli di Mk e di Letizia Renzini, c’era un'installazione, c’era un artista che cominciava a lavorare su un nuovo progetto, e al pomeriggio le danzatrici di Sieni che arrivavano lì per provare... Tutto questo di dà una carica particolare. Respiravi sempre quest'atmosfera di cantiere. Un vero cantiere, senza però alcun padrone.
Eppure quando Sieni ha annunciato la nascita di Cango, più di qualcuno ha temuto che ne avrebbe fatto l'orticello privato della sua ricerca. Non è così? Virgilio non si comporta da padrone di casa?
ENRICO. L'esatto contrario. Virgilio è una persona intelligente, che fa le sue cose e rispetta le cose degli altri, con un'apertura mentale non facile da trovare negli artisti. E’ un entusiasta, rispetto a quel che vede accadere nel suo spazio. Certo, i progetti da ospitare li sceglie lui. Ma una volta scelto, carta bianca: da parte sua nessun tentativo di influenza, né tantomeno nessun senso di proprietà rispetto allo spazio.
In concreto, cosa avete fatto nei Cantieri Goldonetta?
DANIELA. Abbiamo abitato soprattutto la sala grande, quella con le colonne. E lì si è formata molta della natura del lavoro. Un lavoro che parte da Fassbinder e si sviluppa anche su una serie di suggestioni legate alla seconda guerra mondiale, alla Germania nazista... In questa prospettiva abbiamo tirato fuori, lo diceva anche Virgilio, l'anima "berlinese" dello spazio, un’anima che lui stesso fino ad allora non aveva colto. Abbiamo illuminato la sala da farla sembrare il Reichstag, esaltandone quell'aspetto monumentale che magari a molti danzatori poteva far paura. E anche di questo Virgilio è stato molto contento, perché ha visto lo spazio abitato, illuminato, sonorizzato secondo un'energia fino a quel momento inesplorata.
E più in generale, è cambiato qualcosa dopo Cango nel lavoro di Motus? Avete assorbito qualcosa di decisivo, da questo transito nei Cantieri fiorentini?
ENRICO. Sì, e c'é anche un nostro preciso tentativo di leggere in questa direzione quello che stiamo facendo in questo momento. Il nostro, ora, è un progetto non solo tecnicamente, ma anche mentalmente nomade. Vale a dire che sì, partiamo da un testo di riferimento e abbiamo delle suggestioni e delle icone che cerchiamo di plasmare e disegnare a modo nostro; ma nel contempo ci facciamo tranquillamente influenzare dal tempo che sta passando intorno a questo progetto e dagli spazi che con questo progetto attraversiamo. E anche dal fatto che mentre lo costruiamo, lo presentiamo pubblicamente. Il che significa - a differenza di quando prepari qualcosa da solo, chiuso nella tua sala prove - avere un riscontro con l'esterno già nel bel mezzo del processo creativo. Questo fa spesso deviare ciò che avevi pensato, lo trasforma, gli fa assumere altre sfumature, anche in virtù del dialogo che si instaura con chi ti ospita. Vedendo le prove insieme, discutendo di quel che accade, tu stesso riesci a penetrare meglio l'essenza del tuo pensiero, proprio perché ne parli ad alta voce. Qui sta la differenza con tutto quello che abbiamo fatto finora: nel parlare ad alta voce del nostro processo creativo, nell'abbattere la consueta paura di mostrare qualcosa di acerbo. Il lavoro che non ha ancora una forma finita può essere presentato, diventando argomento di discussione con altri e per noi occasione di crescita.
Insomma, ben vengano le case dell'ospitalità creativa.
ENRICO. Io penso che in questo momento esistono delle realtà vive e delle realtà non dico morte, ma quantomeno sedute su se stesse. Spazi come Cango, Fies, lo stesso Festival delle Colline Torinesi e altre realtà che forse hanno "meno da perdere", mandano segnali importanti rispetto a festival come per esempio Santarcangelo, che ha la sua tradizione da mantenere. In questi altri luoghi si sta cercando di inventare o di reinventare qualcosa che comunque è vivo, perché chi li gestisce è a sua volta alla ricerca di una forma, di un modo di agire, di un percorso che possa condurre dalla semplice ospitalità di un periodo di prove a un rapporto più organico e fecondo con gli artisti. Penso proprio a quel che sta accadendo con la produzione della Valdoca a Dro, oppure al futuro possibile film di Pietro Babina che dovrebbe essere girato in gran parte nella stessa Centrale Fies. Sono azioni che arricchiscono entrambi i soggetti in gioco, organizzatori e artisti. E creano un tessuto fra realtà diverse che sta prendendo una trama sempre più fitta, perdendo la sua trasparenza per diventare qualcosa di vero.
E in futuro i Motus torneranno a Drodesera?
ENRICO. Spero proprio di sì. Spero il prossimo anno di poter portare qui una tappa di questo nostro progetto sui luoghi. Ma stiamo anche ragionando sull'eventualità di una collaborazione a livello produttivo.
E poi c'é il progetto della Lus, di Marco Muller, che vede proprio la Centrale di Fies in prima fila e nel quale siete coinvolti anche voi...
ENRICO. Sì, dopo Pietro Babina dovremmo essere i secondi a girare un film con la Lus. Ora stiamo cominciando a trattare la sceneggiatura, dopodiché sarebbe davvero una cosa stupenda se questa stazione, la Centrale di Fies, si trasformasse in un vero e proprio teatro di posa. Anche per rubare qualcosa a Roma, un centro di potere stanco che ci ha stancati tutti.