Online Festival 2005: intervista a Emma Dante
L'arte della fuga: Le migrazioni di Emma Dante tra Palermo e il mondo: via da una città madre e matrigna per non cedere alle tentazioni dello specchio.

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- “Napoletano?”
- “Sì”
- “Emigrante!”
- “No, veramente viaggio…”
Metti Emma Dante al posto di Massimo Troisi, metti Palermo al posto di Napoli e l’amaro tormentone di “Ricomincio da tre” è rifatto. Perché Emma, palermitana doc, da qualche anno la incontri più facilmente di casa altrove. A Napoli, a Roma, a Torino, a Dro, ad Anversa, nomade tra le fabbriche europee della creatività. E allora la domanda – come per il povero Troisi in vacanza a Firenze – sorge spontanea: Emma Dante migra per necessità o per vocazione?
La risposta non è secca. Certo Palermo non si comporta con lei da città madre, quasi restìa a riconoscerle quel valore che gli altrove le riconoscono da tempo; ma dall’altra parte c’è un’artista ossessionata dal terrore di fermarsi, di ripetersi, di ritrovarsi a galleggiare sull’icona di se stessa. E allora il gioco dell’amore-odio si fa molto più complesso. Palermo è madre e matrigna, nostalgia e incubo. Luogo dove tutto comincia e dove tutto rischia di finire, culla il cui dondolìo ipnotico può trasformarsi in morsa paralizzante. Da mPalermu decolla il viaggio artistico di Emma Dante, da mPalermu Emma Dante leva il suo primo grido di rivolta contro lo stereotipo della sicilianità, contro il “tutto cambi perché nulla cambi”, contro la retorica dei gesti e delle tragedie figurate. Fuggire dalla “maniera” di Palermo, allora, è come sfregiare lo specchio, è come fuggire da sé, dal pericolo di un teatro “à la maniere” di Emma Dante.
Dunque la barca di Emma, come quella di Ismaele, quando il vento prende a soffiare sul cuore alza le vele e fa rotta su porti lontani. Ma l’ancora resta laggiù, nelle profonde acque della città dell’anima, luogo di perenni partenze e ritorni e luogo che ovunque l’accompagna, con la sua lingua antica e i suoi fantasmi. Anche all’ombra delle Alpi, a Dro. Dove, nella Centrale Fies, in questo afoso giugno 2005 Emma sta in residenza per ultimare il suo nuovissimo spettacolo, “Mishelle di Sant’Oliva”: produzione “alpina” (Festival delle Colline Torinesi, Espace Malraux de Chambéry, Drodesera) e sangue di Sicilia - attori, lingua e storie di Palermo. E’ qui che la raggiunge persino Gigi Marzullo, per dedicarle un’intera puntata dai toni quasi celebrativi del suo nuovo programma notturno su Raiuno. “Ma se lei è di Palermo – le chiede Gigi a bruciapelo - cosa ci fa in Trentino?”. Et voilà, il tormentone è servito. E siccome il buon Marzullo è il maestro delle domande tormentone, per una volta giochiamo a fare i suoi allievi. E allora…
Emma, emigrante o viaggiatrice?
Sono una viaggiatrice per necessità e per vocazione. Se avessi uno spazio mio a Palermo, io viaggerei lo stesso. Lo spazio a Palermo non ce l’ho. E mi manca. Ma le contaminazioni dai luoghi sono una parte importantissima della creatività. Per cui non potrei mai pensare di restare per sempre ferma a Palermo. In ogni caso, però, mi sposto solo verso quei luoghi nei quali sento un’aderenza, un’affinità con i miei progetti. Non vado ovunque, vado solo dove c’è una radice.
Cosa intendi?
Parlo di quei posti nei quali si riflette sul senso della costruzione di una progettualità. E Dro, per esempio, è così. Da venticinque anni batte il chiodo su questo principio, senza mai arrendersi ad altre logiche. Certo, ogni anno c’è un aggiustamento, compare un nuovo artista, un altro magari non c’è più…. Ma la direzione è sempre quella, non è una situazione che si adegua alle mode e alle regole del momento. Qui si investe sul teatro e sulla danza con la stessa passione e lo stesso senso di necessità che immagino si respirasse il primo giorno, nel 1980. Ritrovo qui, ogni volta, la sensazione positiva del tempo che si ferma nonostante il movimento delle cose. La ritrovo in quegli stessi artisti dell’anno prima, che però hanno fatto un passo avanti; o in quelli che stavolta non ci sono, e che però li senti ancora e sempre in qualche modo qui, a crescere con te…
Perché pensi che sia così importante, mantenere una direzione?
La direzione è fondamentale. Non si può perdere di vista il senso di quello che cerchi. Non puoi dimenticare il tuo “movente”, la ragione prima per cui fai quello che fai.
Il tuo movente qual è?
Scuotermi. Lacerarmi. E quindi scuotere e lacerare. Un risveglio: per me questo è il teatro. Anche se può essere molto doloroso.
E quando si è risvegliata, Emma Dante?
Ancora non mi sono risvegliata del tutto. Ma gli occhi ho cominciato ad aprirli cinque anni fa, costruendo mPalermu. In teatro, con la mia compagnia: lì ho capito qual era il talento della mia vita.
Cosa significa “talento”?
Talento è una cosa che uno sa fare, a prescindere da quello che gli suggerisce o gli impone la realtà. Ti faccio l’esempio concreto del disegno: quando l’hai finito, magari non assomiglia per niente all’oggetto che hai copiato; e però ha una sua necessità di essere, di stare lì, in quel modo su quel foglio. Il talento è quello che sviluppa tutti e cinque i sensi, ma soprattutto tira fuori il sesto. Il talento è qualcosa che riesce a renderti invisibile nel mondo, perché ti mette in secondo piano rispetto a quello che fai, rispetto al tuo movente e alla tua direzione. Riconosciuto e seguito, il talento ti permette finalmente di dimenticarti di te, del tuo nome e cognome, e ti invita a concentrare l’intera tua vita sull’opera. Te lo posso spiegare meglio con una cosa di Orson Welles, una frase che porto sempre con me. E’ una scena di “F come Falso”, un film bellissimo, con la voce di Welles fuori campo sull’immagine della cattedrale di Chartres. Ce l’ho qui, nell’agendina: posso leggertela?
Come no.
“Forse, quando tutte le nostre città saranno polvere, sceglieremo questa anonima gloria di tutte le cose, questa sfarzosa foresta di pietra, questo epico canto, questa eleganza, questo maestoso, corale canto di affermazione. Lo sceglieremo per sentirci ancora vivi, pregheremo perché resti ancora in piedi a significare il nostro passaggio, a testimoniare quanto vi è ancora in noi da compiere. Le nostre opere nella pietra, sulla tela o nella stampa di rado vengono risparmiate per qualche decennio, o per un millennio o due… Ma alla fine ogni cosa viene annullata dalla guerra, o si cancella nell’ineluttabile cenere universale: trionfi e inganni, tesori e falsi. E’ la realtà della vita, dobbiamo morire. Ma siate allegri: dal passato vivente ci giungono le grida degli artisti morti. Tutte le nostre canzoni verranno messe a tacere: ma cosa importa? Continuamo a cantare. Forse il nome di un uomo non è poi così importante”. Grandioso, no?
Concordo, e rilancio sulla citazione: Etienne Decroux, il grande mimo che racconta la storia del leggendario Vieux-Colombier, il teatro-scuola parigino di Coupeau. Prima che da Coupeau, Decroux parte da una figura semisconosciuta, la direttrice della scuola d’arte drammatica: “Vorrei raccontare tutto”, scrive. “E soprattutto il ruolo di Suzanne Bing, nostro temuto capo. Fanaticamente all’altezza del proprio compito, nel quale dimenticava se stessa. Come ci si dimentica di lei”. Credo che il concetto sia proprio questo. O no?
Sì, perfetto, è così. Una vita per costruire l’opera, e non per far ricordare il proprio nome.
A proposito di costruire l’opera: poco fa dicevi che le contaminazioni ricevute dai luoghi diversi nei quali prepari gli spettacoli aiutano la creatività. Puoi fare un esempio concreto rispetto al tuo lavoro?
Anversa, in Belgio. Un mese in residenza per allestire “La scimia” in una città che è l’opposto di Palermo. Lassù i colori resistono poco al corso della giornata perché la luce scompare presto, oscurata dalla patina grigia del cielo; dominano il bianco e il nero, le persone in apparenza sono fredde… Lo spettacolo ha preso la luce di Anversa e non ha per niente le atmosfere palermitane. I miei simboli ci sono tutti, ma in un contesto diverso, in un habitat diverso. “La scimia” alla fine è lo spettacolo meno rappresentativo del mio teatro, e proprio per questo è lo spettacolo che amo di più. Perché sta lì a testimoniare che io posso, nel mio percorso, riuscire ad allontanarmi da me stessa, a non ripetermi.
Questa di non ripetersi, la fuga da uno “stile” personale, sembra proprio un’ossessione, per Emma Dante. “Ho il terrore di trovare uno stile. Non voglio trovarlo, non voglio autocitarmi”, hai detto di recente in un’intervista a Giuseppe Distefano su Prima Fila. Come lo spieghi?
Vedi, c’è il genio e c’è l’artista. Il genio è colui che può permettersi semplicemente di essere, o se vuoi, di fare per sempre quel che è perché comunque sarà sempre “oltre”. Carmelo Bene, per capirsi, era un genio: talmente al di sopra della sua stessa creatività da non doversi porre il problema di quel che creava. Io invece faccio più fatica. Io sono solo un’artista, ma la mia aspirazione intellettuale è quella del genio. Quella di fuggire da un mio stile, dunque, è per me un’ossessione più razionale che fisica. La testa mi dice che per sviluppare al massimo la mia intelligenza devo diventare cretina. E per diventare cretina, o meglio idiota, devo annullare ogni giudizio sul mondo, semplicemente stare nel mondo e sporcarmi. L’idiota è un essere incivile, e dunque superiore. Non essendo però io un’idiota, ma un essere pensante, di fatto rimango ossessionata dal problema della coerenza e della logica di quel che faccio. E questo “pensiero” rischia di farmi diventare la maniera di me stessa, di spingermi a seguire sempre gli stessi schemi. Tutto perché purtroppo non sono un’idiota. E allora se sogno il mio spettacolo “da grande”, lo immagino come un recinto pieno di fango nel quale io, maiale, sguazzo nella melma.
Nell’attesa di ritrovare “l’animale”, però, sei diventata una regista teatrale celebre e osannata in tutta Europa. Un caso strano, il tuo, perché i registi e il teatro di regia ormai da quarant’anni nell’Italia degli stabili sono considerati il baluardo della conservazione, mentre tu sei e resti un fenomeno eterodosso. Non ti senti sospesa su un pericoloso crinale?
A me non piace il teatro di regia. Anzi, sono molto lontana da quel mondo e lontana ne resterò. A parte le regie liriche, perché lì al posto degli attori ci sono dei cantanti e invece delle parole la musica: in questo senso ho già delle proposte, e credo proprio che proverò. Ma il teatro di regia davvero non mi interessa. L’ho fatto a Napoli, al Mercadante, e lo considero un episodio che ha confermato la mia tesi. Ho ricevuto molte proposte, per regie su commissione, e ho sempre detto di no. Sia chiaro, non è l’idea della commissione a spaventarmi. Se mi si dice “ti va di fare una regia su questo tema?” e questo tema mi interessa, accetto. Come è stato per “Mishelle di Sant’Oliva”.
E’ uno spettacolo su commissione?
Me lo propose l’anno scorso Rodolfo Di Giammarco, un progetto per la sua rassegna di teatro omosessuale “Garofano Verde”. Lì ho fatto il primo studio su Sant’Oliva, e questa storia ha cominicato a ferirmi. Mi interessava, ho continuato. Io non sono una regista, io sono una teatrante. Cioè: quando sto in uno spettacolo ci sto dentro tutta, intera, dal particolare al generale, dalla scrittura alla regia, dalla scelta dei costumi alla scelta delle musiche…
E gli attori?
Ci sono dei momenti in cui sono loro a dirigere me. Mi lascio continuamente depistare, dai miei attori. Io li manipolo e loro mi corrompono. Insomma, non è un rapporto molto sano. Ma se facessi la “Regista”, gli attori mi prenderebbero a pernacchie.
Mi racconti un episodio concreto e preciso che possa incarnare il tuo rapporto con gli attori durante la costruzione del lavoro?
Posso raccontarti una cosa che è successa proprio a Fies, mentre ultimavamo “Mishelle di Sant’Oliva”, pochissimi giorni prima della prova generale del 22 giugno. In questo spettacolo per la prima volta lavoro con un attore anziano e di grande esperienza come Giorgio Li Bassi. Dirigerlo è un’impresa, perché lui non sta dentro il mio metodo né io in tre mesi posso pretendere di trasmetterglielo. Ma abbiamo comunque trovato una chiave per parlarci, e soprattutto un rapporto di fiducia reciproca. Bene, accade che Giorgio ha spesso bisogno di bere perché a lui, per via dell’età, a forza di parlare, gridare, cantare e ballare gli si secca la bocca. Per questo accanto a sé, per tutte le prove, tiene sempre in scena una bottiglietta d’acqua minerale. Io lo osservo, e ogni volta che beve mi dico “Vedi? Ora non beve Gaetano, il personaggio, ma l’uomo Li Bassi, perché ne ha bisogno”. C’era un conflitto tra lui persona e lui personaggio, e io ho cominciato a cercare una strategia per sanarlo. Prima gli ho messo accanto un thermos, poi una bottiglietta di whisky, quindi – al centro commerciale di Dro – ho comprato una di quelle borracce di plastica da ciclisti. Sembrava non funzionare nulla, finché quel giorno Giorgio ha preso la borraccia da ciclista e l’ha ciucciata. Lì, in quel momento, ho capito cos’era quell’oggetto: un biberon. E in quel modo ho trovato una strada per raccontare la senilità. Infanzia e senilità sono due fasi della vita che si assomigliano terribilmente, e questa non è certo una gran scoperta; ma trovare il segno per dirlo, in quel contesto, questa sì è una scoperta. I vecchi hanno bisogno delle stesse cose dei bambini, come i pannolini, perché si pisciano addosso. Allora si deve osare: il biberon è un segno molto forte, ma è sintesi di una condizione, questo vecchio padre che, a ruoli invertiti, diventa il figlio di suo figlio. In ogni caso l’oggetto non viene inserito a forza da me: il mio compito è di percepirne la necessità. Se Giorgio quel giorno non avesse ciucciato la borraccia, io non avrei mai messo un biberon in scena.
Vuoi dire che tutto quel che sta dentro i tuoi spettacoli, vi entra un po’ alla volta durante le prove?
No, ovviamente no. Ci sono oggetti che io porto sin dall’inizio. Ma già dal primissimo giorno, cosi che gli attori un po’ alla volta li fanno propri, li smontano, spesso li ribaltano nella loro funzione. Ma è ovvio che non tutto può arrivare nel divenire, sennò sarebbe l’anarchia totale.
E anche un ulteriore allungamento dei tempi di produzione, cosa che non credo oggi come oggi sia molto gradita al sistema…
Il tempo che vuoi non ce lo hai mai, non te lo dà nessuno. Io chiedo sempre almeno quattro o cinque mesi ad attori pagati: il sistema produttivo – che in Italia in realtà non esiste proprio – finora al massimo me ne ha concessi tre. E tre mesi non bastano. Io in tre mesi compongo sì e no venti minuti di spettacolo, mentre all’estero, soprattutto in Germania, pretendono spettacoli di almeno un’ora e mezza. Così, spesso gliene devo portare due in una stessa serata, una cosa che francamente mi pare assurda. Alla fine sei costretto a fare i conti del supermercato, anzi, della carnezzeria: l’arte la vendi al chilo, come la carne. Per fare il teatro a me possono togliermi tutto, ma non il tempo.
Non hai mai pensato, invece, di toglierti tu dal teatro per provare la strada del cinema?
Il cinema mi tenta, eccome. Sto anche scrivendo una sceneggiatura. E se mi chiedi cosa vorrei fare da grande ti rispondo al volo: il cinema. Ma ora come ora non saprei dove mettere le mani tecnicamente. E il cinema è innanzitutto tecnica.
Recinti per maiali, lirica, cinema… Ma davvero nel tuo futuro “da grande” non c’è la prospettiva di avere una tua “casa d’arte” a Palermo?
No, credo che sarà impossibile. Palermo per me è il ventre materno, ma è al tempo stesso una città che muore. Proprio in quella bellissima intervista di Giuseppe Distefano che citavi prima, è successo un fatto curioso. A un certo punto raccontavo di essere tornata a Palermo per stare vicina a mia madre, gravemente malata. Su “Prima fila” però un banale refuso tipografico ha fatto saltare dalla pagina, dopo la parola “Palermo”, una riga, quella col riferimento a mia madre. E così nell’intervista pubblicata io dico “Sono tornata a Palermo per assisterla nella malattia, fino ad accompagnarla alla morte”. Parlavo di mia madre, ma sulla pagina sembra che parli di Palermo. E’ successo per caso, un lapsus del destino. E forse proprio per questo è un segno ancora più forte.

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