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Pippo Delbono intervista di Emilio Guariglia. Torna alla scheda Pippo Delbono Indice contenuti Online Festival In principio fu la Fiat Ritmo - sotto le stelle di Dro come la Seicento di Vecchioni sotto le luci di San Siro - che perdeva pezzi e lo lasciava per strada. Si era al tramonto degli anni Ottanta, e Pippo Delbono, allievo diletto di Iben Nagel Rasmussen e Pina Bausch, girava lItalia con linseparabile Pepe Robledo e uno spettacolo spudorato e geniale, Il tempo degli assassini, amatissimo da pochi e ignorato dai più. In tasca non cera una lira, nel presente una vita spericolata e per il futuro solo sogni. Ma quelli di Pippo, forse, più che sogni erano necessità, e anche per questo si sono realizzati. Così, oggi, eccolo tornare a Dro a bordo di una modernissima monovolume e con i minuti contati come si contano alle star. Un passaggio di poche ore per presentare la personale - tre spettacoli, due film da vedere e un film da girare alla centrale Fies - che Drodesera 2004 gli dedica a suggellare diciassette anni di mutua fedeltà. Poche ore da sfruttare con una deviazione sulla rotta Gibellina-Avignone: in Sicilia, per uno dei festival più prestigiosi dItalia, ha presentato in anteprima il nuovo spettacolo della sua compagnia, Urlo, la cui eco rimbalza ancora sulle pagine della grande stampa nazionale; in Francia, al festival forse più famoso del mondo, lo aspettano undici repliche e diecimila spettatori che hanno già prenotato ogni posticino disponibile. Tempi strettissimi, allora, e per unintervista loccasione è solo un breve viaggio in auto fra Trento e Fies, aiutati dal destino di un trasporto eccezionale che rallenta la marcia e confortati da aria condizionata e navigatore satellitare. Altro comfort fa per noi oggi, altro sconforto, scriveva Montale. Ma per Pippo non è così. Perché sì, il comfort ora cè, ma lo sconforto è sempre quello. O meglio, sempre quella - miracolosamente come al primo giorno - è lurgenza esistenziale di cercarsi, il cuore aperto alla poesia e al dolore del mondo. E intatta è la voglia di esplorare, di rimettersi in gioco. Magari saltando, col fiato sospeso di tutti, nello sconosciuto e insidioso mare del cinema. Pippo, nel libro del ventennale di Drodesera cè una foto de Il tempo degli assassini: è il 1987, tu e Pepe giovani e bellissimi, ma anche squattrinati e semisconosciuti. Di quella stagione della tua vita, oggi, ti manca qualcosa? Di allora forse, tutto sommato, non mi manca niente. Quello di buono che cera, credo di conservarlo tuttora. Anzi, ne sono sicuro. Che è quel modo di cercare di fare delle cose andando in profondità dentro te stesso senza accettare compromessi. Accettando la tua confusione, accettando il tuo non capire Anzi, forse adesso cè di meglio che ho preso un po più di sicurezza di quello che faccio, e quindi ancora meglio di prima faccio davvero quello che sento, non penso mai per un solo attimo di fare qualcosa perché deve piacere a qualcuno, per schiacciare locchiolino a qualcun altro. Anche se comunque alla fine è importante scoprire una condivisione, scoprire cioè che quello che fai, quello in cui credi, appartiene a tante altre persone e non è solo una cosa tua. Altrimenti cambierei mestiere. Quindi il successo ti piace in qualche modo come verifica del tuo lavoro, della sua capacità di colpire. Il successo mi piace perché cè stata appunto condivisione di un lavoro che usciva da tutti i canoni normalmente accettati. Io ho vissuto per tanti anni il complesso di non essere un vero regista perché i miei amori non erano specificamente teatrali: erano musicali, erano tutte altre cose Poi di questo in qualche modo ho fatto una forza. Limportante è che tu, nel profondo, rimani sempre un po uguale. Certo è meglio adesso che giro col navigatore satellitare di quando venivo qui con la Ritmo o con la 127 che rimanevano sempre senza benzina e non avevo i soldi per mettercela. Però alla fine bisogna anche rendersi conto che lessere felici non centra assolutamente niente con tutto questo. Perché la felicità è qualcosa di veramente, misteriosamente segreto, del tutto indipendente dal successo. Centra solo col fatto di sentire che quel che stai facendo ha un senso per te e per gli altri. Quel tuo primo spettacolo, Il tempo degli assassini, se proprio non era danza certo era teatro-danza. Poi la parola danza è del tutto sparita dal vocabolario di chi ha guardato e recensitoi tuoi spettacoli. Io invece continuo a vedercene ancora molta, nel tuo lavoro. O sbaglio? Questa è una cosa che se ci penso mi dispiace. Mi dispiace che per tutti io ormai faccio teatro e punto. In Italia, soprattutto, ma per esempio non in Francia, dove qualcuno mi ha anche definito il coreografo più importante dellanno. Io mi sento profondamente un coreografo, molto legato alla danza. Danza è la qualità del gesto, la poesia del gesto. E capisco che ormai si siano persi un po gli occhi, per vedere la danza. Cè per esempio nello spettacolo Urloun momento in cui Bobò guarda una televisione senza immagini, e continua a parlare con questa televisione. Io credo che lì faccia una danza davvero straordinaria. Non lo dico per dire che i miei attori sono i migliori, ma perché effettivamente ha una danza unica, non ricordo di aver visto un pezzo di danza così. Solo dei danzatori, che hanno lavorato con Pina Bausch e sono venuti a vedere lanteprima, hanno letto perfettamente tutto questo. Altri non hanno riconosciuto quel lavoro. Questo accade perché ci si è troppo chiusi nei settori. Per esempio i critici che si occupano di danza son venuti a vedere i miei spettacoli fino al Muro di Rovereto, poi basta perché sei passato al teatro. Ma non è vero che sono passato al teatro: ho sempre fatto del teatro, e ho sempre fatto della danza. Nel 1992 sei venuto a Dro con uno studio per Enrico V, che poi diventò spettacolo ma che in questi anni hai rappresentato molto poco, quasi dimenticato dal tuo repertorio. Perché oggi questo ritorno? Senza voler snobbare Dro, dove comunque ci tenevo a farlo perché era forse lunico spettacolo che, nella forma definitiva, qui non avevo ancora mostrato, torna innanzitutto perché lo ha voluto Avignone. E loccasione mi è sembrata perfetta per portarlo anche a Drodesera. Se poi lho fatto poco, in questi anni, questo è accaduto per varie ragioni. La prima è che chi gestiva i teatri per un certo periodo non lha voluto, questo come altri miei lavori, non ritenendolo un pezzo abbastanza classico. È vero anche che Enrico V, essendo costruito con un coro di venti persone, ha bisogno di una permanenza di almeno una settimana in un luogo, per lavorare con un gruppo; e questo può creare problemi. Ma per te, al di là dei problemi tecnici, cosè Enrico V? Non lo so. Cè una parte di me, che è quella parte rimasta uguale a quando ero giovane - forse anche una parte buona, ma sicuramente anche un po incasinante - che mi porta, finito ogni spettacolo, a dire basta, questultimo è il più bello e gli altri non li voglio fare più. Mi succede così tutte le volte. LEnrico V ogni volta che devo rifarlo dico no, basta, che palle E invece poi quando lo faccio sento che appartiene a un mio mondo, che appartiene a una verità. È uno spettacolo estremo, a suo modo è un Urlo anche quello. Però nello stesso tempo è uno Shakespeare, ma che ti entra nella pelle, entra comunque in tuo percorso individuale. Insomma, non è uno spettacolo che tradisce un modo di fare, però è uno spettacolo, il mio unico spettacolo, nel quale le parole sono al novantanove per cento di un altro, ovvero di Shakespeare. La svolta, nella carriera artistica di Pippo Delbono, è arrivata poi con un altro degli spettacoli in programma a Dro: La Rabbia. Debutto nel 1995, e nel frattempo, nella tua vita, tre incontri: la malattia, Bobò e Pasolini. Quale di questi ha segnato di più il tuo percorso? Sicuramente la cosa più forte che mi è successa nella vita è stata la malattia. Perché quella ti mette in una condizione di necessità, di verità, di coscienza, che oggettivamente se anche da una parte toglie, dallaltra ti fa vedere più lucidamente le cose. Soprattutto poi quando riesci a uscirne. Poi certamente Bobò, è stato lincontro fondamentale della mia vita. Non solo artistico ma anche umano, perché è stata una persona che mi ha molto aiutato a riscoprire il mondo, il senso di vivere. E poi ho ritrovato con gli anni tanti autori che forse prima avevo vissuto a un livello di passione più intellettuale, diciamo così: Pasolini, Rimbaud, Beckett, Sarah Kane Tutti autori con i quali a un certo punto ho cominciato a condividere un senso profondo di vita, un amore con la pelle. Una condivisione davvero umana, quella per la quale si è detto La Rabbia, fratelli di Pasolini; un punto nel quale questi autori diventano veri compagni di viaggio, che te li porti dietro con te, li tradisci, li cambi. Perché tutti poi alla fine sono dei Pasolini-Delbono, dei Ginsberg-Delbono Persino Shakespeare, cerchi di giocartelo anche lui, via. Dopo La Rabbia sono venuti Barboni e Guerra, che proseguono quellesperienza di teatro della vitae in qualche modo la chiudono. Poi, con Esodo, Il silenzio e Gente di plastica, un percorso di più marcata costruzione teatrale e persino drammaturgica. Ora questo nuovissimo Urlo, che a Dro presenti in forma di conversazione. Cosè Urlo, a quale delle tue stagioni artistiche appartiene? E cosa ce ne farai vedere, a Drodesera 2004? Ogni volta penso che un mio spettacolo appartiene a una stagione, e forse Urlo appartiene a una stagione nuova. Non è la stagione di Gente di Plastica, in un certo senso cè una dimensione di ritorno alla autobiografia, credo che centri anche un desiderio di confrontarsi con un senso dello spirituale, di qualche cosa che nella tua vita ti ha segnato, forse ti ha cambiato, ti ha fatto fare delle scelte. Appartiene anche a un desiderio di opera lirica, di kolossal, tantè che ci sono sessanta persone in scena. Sicuramente è venuto fuori uno spettacolo come non mi aspettavo, ed è interessante quando allo fine uno spettacolo sorprende chi lha fatto: quelle cose che vengon su e tu dici ma io non lavevo mica pensata così A Dro racconterò un po questo spettacolo, anche mostrandone dei frammenti, delle scene, tenterò di spiegarne le ispirazioni. A proposito di sorprese a cose fatte: questo è stato sempre il tuo modo, forse un po pazzesco, di lavorare in teatro. Un modo che ora vuoi portare anche nel cinema, se è vero come hai detto spesso che il nuovo film, gran parte del quale sarà girato proprio qui a Drodesera, non avrà una sceneggiatura nel senso tradizionale e si costruirà strada facendo, partendo solo da emozioni. Dici che bisogna liberarsi dalla La cosa più forte che mi è successa nella vita è stata la malattia. Perché quella ti mette in una condizione di necessità, di verità, di coscienza, che oggettivamente se anche da una parte toglie, dallaltra ti fa vedere più lucidamente le cose. schiavitù del dover prevedere tutto: bellissimo a parole, ma non ti sembra troppo difficile per un mondo produttivo dalle regole così severe comè quello del cinema? Prevedere mi sembra sempre qualcosa che appartiene a un percorso della mente. Cè una parte di noi che, okay, deve dire stasera torno a casa, domani devo andare dal commercialista, poi passare dallospedale Va bene, questo è giusto, e cè una metà del nostro cervello messa lì apposta. Ma ce nè unaltra invece che si mette a disposizione per capire qualcosa di incapibile, qualcosa che ci sta dentro ed è veramente impossibile da capire. E questo è quel prezioso su cui si lavora, quel prezioso che appartiene a me ma appartiene anche a tante altre persone. Che sta nascosto, e che dobbiamo lasciar venir fuori totalmente da solo, o al massimo aiutarlo. Come un bambino, che non puoi prima ancora della nascita stabilire ecco, sarà così, con gli occhi blu, capelli biondi, alto tot No, no, verrà come verrà, e io sarò lì vicino per sostenerlo nel suo percorso. Ecco, questo è secondo me lunico modo, è una necessità che partorisce un lavoro, non una decisione. Io poi sono anche libero da impegni troppo pressanti, posso anche permettermi, come è accaduto ora, di stare per due anni senza fare uno spettacolo, e quindi di prendermi del tempo. Non sono obbligato a fare ogni anno qualcosa, e quindi posso anche aspettare un attimo che ti arrivi questa necessità, la necessità di parlare di qualcosa. E alla fine ti trovi addirittura la libertà di ottenere dei finanziamenti per un film del quale nessuno, per ora, può prevedere nulla Nessuno sa, nessuno può prevedere cosa sarà. Beh, questa mi pare una bella fortuna. Anche una bella conquista Ah sì, una bella conquista. E son quasi imbarazzato, mi dico ma nessuno mi chiede mai la sceneggiatura? Già, non te lha chiesta neppure la Provincia autonoma di Trento, che ha deciso di coprodurre il film investendoci ben duecentomila euro solo sulla fiducia. Non ti sembra una scelta coraggiosa, per un ente pubblico? Sono a dir poco ammirato, di questa scelta. Perché i luoghi deputati a produrre il cinema, oggi, si sono fossilizzati, seguono tutti le stesse regole, fanno tutti le stesse cose. Chi produce e chi crea. Allora, che questa Provincia di periferia, in piccoli luoghi come Dro e la centrale Fies, si faccia carico di un progetto innovativo che ha buone carte anche per diventare, spero, un film importante, mi sembra un fatto significativo. Significativo come quando io ho iniziato a far teatro e andavo nella piccola provincia della Danimarca, allOdin Teatret di Holstebro, o nella provincia tedesca, da Pina Bausch a Wuppertal, per cercare il nuovo. Sono cioè i luoghi più piccoli, che proprio essendo meno seduti e più liberi possono forse essere davvero degli importantissimi punti di rilancio per una forma diversa, e nuova, del fare cultura. Sono cioè i luoghi più piccoli, che proprio essendo meno seduti e più liberi possono forse essere davvero degli importantissimi punti di rilancio per una forma diversa, e nuova, del fare cultura. |
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