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Musicisti: Enzo Granella (voce, chitarra acustica), Fabrizio Piepoli (voce, bouzouki, tamburello, percussioni), Giuseppe De Trizio (mandolino), Adolfo La Volpe (chitarra elettrica, loops), Vittorio Gallo (sax soprano, tenore), Pierpaolo Martino (basso elettrico), Daniele Abbinante (batteria).
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Online Festival 2003: immagini del concerto.
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Negli ultimi quindici/ventanni i migranti, per noi Italiani, sono diventati gli Altri. Abbiamo lentamente cominciato a disconoscere la nostra storia di emigrati e immigrati, arrivando oggi pressoché a negare ad altri lo stesso diritto di tutelare la propria dignità umana e costruire il proprio destino lontano dal luogo dove si è nati.
Oggi, il nostro progetto artistico vuole improntarsi radicalmente allapertura della propria identità culturale alle altre. Non dimentichiamo di essere stati migranti per necessità e facciamo tesoro di quellesperienza, per sconfiggere diffidenza e paura che oggi regolano i rapporti con chi è diverso, cercando e incontrando lAltro per mezzo della musica.
Le lettere dei migranti erano e sono forse ancora piene soprattutto di nostalgia, di smarrimento, ma anche di lotta e di speranza. Nel dare voce a tutto questo, intendiamo esprimere gratitudine ai nostri padri e massimo rispetto per chi vive adesso la loro stessa esperienza di sradicamento.
Canto tradotto. Canto che attraversa più culture, più linguaggi. Canto dal centro incerto, ricordo vago di una tradizione vaga, ricordo essa stessa di infiniti spazi e infinite storie.
È musica del nostro tempo che traduce la tradizione (pugliese e del mediterraneo), facendola risuonare nel presente attraverso i suoni del presente. Così il suono popolare che è per eccellenza suono della non appartenenza (suono di tutti e di nessuno) non potrà fare a meno di incontrare il suono contemporaneo, il suono altrui, ascoltato dallo strumento altrui dando vita ad una scrittura che ricorda più scritture e in cui il detto è quasi pretesto del dire.
È scrittura della citazione ironica e malinconica, spesso legata all'improvvisazione, quindi all'essenza del jazz, senza necessariamente essere jazz. Un ponte tra passato e presente che si pone come apertura illimitata al nuovo, come ritmo in grado di parlare direttamente al nostro corpo.
Poesia e riso, melodia e parodia nutrono un canto che ricorda mille
canti: una forma che è mille forme, una materia immateriale che si riscrive continuamente. Una scrittura che vive nel tempo incerto del concerto, creando infinite traduzioni, infinite interpretazioni di una tradizione eccedente, inesauribile. Un racconto senza fine, che interroga il tempo grande della storia.
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